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Qual è il fine della nostra vita?

Amici, siamo arrivati alla conclusione della seconda parte che la domanda a proposito del destino non può formularsi così: "Agire o non agire? Attivo o non attivo?", ma soltanto come segue: "Qual è il fine della nostra vita? Siamo noi stessi (l'io) il fine, o è il ritorno al fiume della creazione divina?".

Dopo quanto analizzato nei capitoli precedenti diventa allora chiaro che il non fare al quale allude Lao Tsè significa il non fare più, il non essere più attivo dell'io e del suo piccolo mondo. E' questo il ritorno al fine originale. Anche Virata conosce il ritorno, ma non è il ritorno verso l'originale e il non io, ma solo il ritorno a un'altra situazione terrestre. E' di nuovo un ideale, un essere attivi, senza scopo, senza scopo preciso. E' un agire senza volontà propria, unicamente mosso dalle circostanze esteriori. E' di nuovo il piccolo mondo con, al centro, Virata, guardiano dei cani.

Anche noi, ad ogni istante della nostra vita, ci creiamo un Piccolo mondo, una sfera d'influenza al centro della quale ci troviamo. La nostra vita è simile a quella di Virata; ad ogni istante le nostre idee e i nostri ideali ci forzano ad agire, a fare, il che causa le nostre prove. Scopriamo che ciò è valevole anche per il fare o il non fare più insignificante. "Quando respiro, l'aria muore", disse un giorno un saggio.

Perché è così? Perché noi non viviamo più in armonia con la creazione divina, perché ad ogni battito del cuore utilizziamo l'energia creatrice e la forza divina per una vita egoistica ed egocentrica, per la creazione dei nostri piccoli mondi con i loro ideali, i loro valori ed obbiettivi. Cosicché noi creiamo continuamente con tutto l'arsenale del nostro essere-ego, con tutti i nostri pensieri, con tutti i nostri desideri, con tutti i nostri sentimenti, con tutti i nostri atti.

Creiamo i nostri mondi secondo i nostri criteri. Gli altri non hanno che da prendervi posto e comportarsi secondo il nostro beneplacito. Altrimenti ci vendichiamo e, nel nostro mondo, svolgiamo il ruolo del destino.
In piccolo o in grande, il nostro mondo si presenta come una copia, una continua imitazione dell'attività creatrice divina. Ma, poiché il nostro comportamento non è in armonia con il piano della creazione divina, noi siamo continuamente corretti. Il destino distruttore si abbatte continuamente sui nostri piccoli mondi.

Dobbiamo dunque abbandonare questa creazione, questo lavoro di imitazione? Potremmo vivere senza il nostro piccolo mondo o il nostro grande mondo? Se approfondiamo questo, scopriamo che noi non possiamo, in fondo, esistere senza il nostro piccolo mondo, che non siamo niente senza di esso. E' solo al centro del nostro piccolo mondo che significhiamo qualcosa, che siamo qualcosa.

Fuori di esso, non contiamo nulla. Insomma noi siamo e restiamo una creazione della passione di autoconservazione e pecchiamo continuamente contro il fine della creazione.
Se potessimo comprendere questo, non vorremmo più peccare contro il fine della creazione, desidereremmo il ritorno. Vorremmo agire meno, contare meno, vivere più semplicemente, ritirarci, allontanarci dalle ordinarie convenzioni della vita. Ma ciò non è che il ritorno di Virata, il ritorno per dirigerci verso un altro mondo più piccolo, provvisto di un'altra filosofia, dalla quale attendiamo una migliore protezione dai colpi del destino.

Questo ritorno non è un ritorno al piano della creazione divina. Noi dobbiamo prima vincere e abbandonare l'esistenza dell'uomo illusorio nei nostri mondi illusori. E' questo l'agire permesso nel senso inteso dalla Bhagavadgita. E' questo l'agire nel non agire di Lao Tsè. E' in questo non fare che nasce l'uomo vero, l'uomo del piano di creazione divino. Si tratta dell'uomo che non usa più le forze creatrici divine per se stesso e per le sue creazioni personali, ma solamente secondo l'intenzione del piano di creazione.

Questo uomo vero non potrà tuttavia rivelarsi da un giorno all'altro, né l'uomo-ego potrà essere abbandonato in un giorno, poiché deve ancora assolvere un compito: la rinascita dell' "Altro". Sarà il compito della sua vita: volgersi verso un nuovo fare, in un non fare più e rendere così possibile la rinascita. Nella misura in cui la necessaria coscienza cresce in lui, egli potrà realizzare questo con atti nuovi.

Tuttavia, per quanto riguarda il resto, egli continuerà ad agire creando un debito. Deve rendere inesorabilmente a Cesare quello che è di Cesare. Dovrà pagare il suo debito fino all'ultimo centesimo.
L'uomo che intraprende il ritorno si trova dunque a confronto con un duplice agire. Da un lato, egli si trova nell'agire permesso, l'agire che non crea debiti, nel quale abbandona, nella misura in cui ne è cosciente, il suo obbiettivo personale, il suo piccolo mondo, e tutto se stesso - con il suo non fare più crea così l'uomo vero - dall'altro lato, egli si trova nel fare che genera il debito e la caduta e non ne è che parzialmente cosciente.

Possiamo dunque comprendere le parole della Bhagavadgita: "Che cos'è agire? E che cos'è non agire? Il saggio stesso vi si perde. Perciò vi spiegherò questo atto che, ben compreso, vi libererà dal male. Voi dovete distinguere bene l'agire, l'agire che non è permesso, dal non agire. Pieno di mistero è il cammino degli atti". Possiamo noi comprendere il fare e il non fare autentici e trovare così l'unico cammino di ritorno!

 

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Agire o non agire? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

Cari amici, alla fine della prima parte di questo argomento che stiamo trattando insieme, ci siamo lasciati con le seguenti domande:

C'è dunque un atto permesso e un atto che non è permesso? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze? Cosa è permesso nella vita e cosa non lo è?

Lo scrittore Stephan Zweig tenta un approccio della soluzione del problema "Fare o non fare" in un breve racconto che intitolò "Die Augen des ewigen Bruders".  Della sua opera diceva, non senza un certo rispetto, che era una leggenda e non un racconto; l'ha d'altronde scritta con uno stile e un ritmo che ricordano la scrittura sacra. Lo riassumiamo in poche righe.

L'eroe principale è Virata, un nobiluomo. Chiamato dal re a difendere il regno, egli uccise, senza saperlo, durante un combattimento notturno, il proprio fratello. Da allora gli occhi morti di quest'ultimo gli bruciano l'anima e gli pongono senza tregua il dilemma: fare o non fare? Egli abbandona gli affari della guerra e non desidera più altro che vivere da uomo giusto. Nominato giudice supremo dal re, non pronuncia mai una sentenza di morte; ma deve, ciò nonostante, constatare che anche l'atto più giusto ha delle conseguenze disastrose e può distruggere la vita degli altri.

Abbandona allora anche l'atto giusto e non vive più che per la famiglia. Un giorno vede uno dei suoi figli punire uno schiavo per una mancanza derisoria. Gli occhi spalancati dalla paura dell'uomo gli ricordano gli occhi del fratello. Comprendendo che la libertà è il bene ultimo, lo sguardo del fratello eterno, egli rende la libertà a tutti i suoi schiavi. Borbottando, i figli gli chiedono chi lavorerà allora i campi e gli ricordano che non può vivere senza il sudore degli altri... Lo stesso tappeto sul quale dorme è impregnato del sudore degli altri; possedere qualcosa significa già avere potere sugli altri e implica di conseguenza la loro mancanza di libertà.

A seguito di ciò, Virata divide tutti i suoi beni tra i suoi figli avidi e abbandona anche questo modo di vita. Ricerca la solitudine delle foreste e non vive d'altro che dell'opera delle sue mani. Familiarizzato con gli animali della foresta, vive parecchi anni in mezzo a loro, riflettendo e meditando.
Un giorno un cacciatore lo scopre e sparge la voce dell'esistenza di un anacoreta, d'un uomo pio. Virata diventa allora un esempio; altri, a loro volta, si ritirano dalla vita.

Ma nemmeno questa vita è immune dai debiti. Un giorno Virata è obbligato a chiedere aiuto per un suo compagno; una donna lo fissa dalla sua capanna con sguardo torvo. Di nuovo egli vede gli occhi di suo fratello morto. Essa gli rinfaccia il suo operare. Non è a causa sua e del suo esempio che una famiglia ha perduto colui che guadagnava il pane? Questa famiglia è ora ridotta in miseria e i bambini muoiono di fame.

Profondamente afflitto, Virata lascia la vita solitaria. Ed ecco la sua esperienza: su questa terra, anche non agendo, ci si rende colpevoli. Il cerchio è ora chiuso.
Allora ritorna alla vita. Non cerca più di essere libero. Non vuole più essere inutile ed egoista. Vuole ora porsi al centro dell'azione, senza chiedersi quali ne sono le cause o quali gli effetti.

Non vuole più altro che servire il suo paese e pagare così il suo debito. E chiede al re: "Liberami dalla mia volontà, perché è confusione, mentre il servizio è saggezza. Chi, tuttavia, per saggezza, vuole evitare il nemico e pensa di poterlo fare ricade nella tentazione e nel debito".
Ma il re non lo comprende. Non comprende che Virata voglia liberarsi chiedendo di servire. Non comprende che il maestro sia, per Dio, inferiore al servitore. Nero dalla collera e ferito nel suo orgoglio, lo nomina guardiano di cani della corte.

Così Virata, uno dei notabili del paese, diventa uno dei più umili. I suoi figli si vergognano di lui, i sacerdoti lo evitano come un indegno. Solo il popolo si stupisce ancora per qualche tempo; ma poi lo dimentica, come lo dimenticano i cani alla sua morte.

Questo racconto è veramente l'immagine della nostra vita.  Osservando le diverse fasi della vita di Virata, scopriamo due aspetti.  Ogni fase di vita è creata dalla sua propria volontà e ogni parte del destino è generata dal suo piccolo mondo e dalla sua volontà.  Si tratta sempre di un mondo di cui lui stesso è il centro.  Per quanto faccia del suo meglio per trarre lezioni dalle sue esperienze, ognuno dei suoi mondi è turbato da una prova, anche quando prende le sue distanze rispetto all'azione e alla vita attiva.

Questo racconto ci dimostra che la domanda a proposito del destino non può formularsi così: "Agire o non agire? Attivo o non attivo?", ma soltanto come segue: "Qual è il fine della nostra vita?  Siamo noi stessi (l'io) il fine, o è il ritorno al fiume della creazione divina?".

Questo è il secondo di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Il prossimo post verrà pubblicato giovedì 16 novembre.  Clicca qua per leggere il primo post.
 

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C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

Agire o non agire?

Qual è l'allievo serio che non ha ancora mai sentito parlare della legge del karma, di questa legge ineluttabile di causa ed effetto, che si può tuttavia influenzare? Qual è il cercatore che non è ancora mai stato colpito dalle conseguenze dei propri atti, che non ha ancora mai riflettuto sui suoi atti, preso la decisione d'agire diversamente o di non agire affatto in date circostanze? E chi è colui che non si è ancora lasciato ingannare dal proprio comportamento e dalle sue conseguenze?

Pensate ai vari ordini monastici, come i frati mendicanti per esempio, a quegli ordini i cui membri facevano voto di povertà, o ai monaci di clausura! Tutti cercarono di ritirarsi totalmente o parzialmente dalla vita e di sfuggire alle sue conseguenze, di vivere secondo i loro ideali. Pensate a quelli che oggi, soprattutto i giovani, si ritirano dalla vita attiva, o istintivamente o in seguito a un'esperienza inconscia.

Tutti tentano di sfuggire alla legge di causa ed effetto o di affievolirla. Ma nessuno può sfuggire al "fare" e alle sue conseguenze! Chi vive in questo mondo è costretto ad agire, perché non può vivere qui a caso. La sua vita ha una causa, ragione per cui le conseguenze non lo lasciano mai tranquillo. Le sue tendenze, i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue volontà, il suo ambiente alla nascita, tutto lo spinge ad agire, e ciò sembra non avere un termine.

Ma ne esiste veramente uno? Ci fosse almeno una tregua! Non dice forse il filosofo cinese che si può sfuggire al fare con il non fare? Non si migliora il fare con il non fare? Ma come realizzare questo non fare? Non si può esistere, né mangiare, né bere, né vivere non facendo niente. Se non si fa niente, si è sfruttati e oppressi dagli altri. No, non è possibile; ciò che propone Lao Tsè è troppo radicale!

La stessa Bhagavadgita non è certamente più amabile con l'uomo quando afferma che non si deve evitare l'atto. Poiché nessuno può esistere senza agire, essa parla perfino di un atto permesso e di un atto che non è permesso. Vi citiamo le parole del terzo canto: "Nessun uomo sfugge all'atto evitandolo, nessun uomo giunge alla perfezione trascurandolo. Può un uomo restare un momento senza agire o senza atti?".

E nel quarto canto essa aggiunge: "Voi domandate, stupiti, ciò che sia agire e ciò che sia non agire. Il saggio stesso vi si perde. Perciò vi spiegherò questo atto che, ben compreso, vi libererà dal male. Voi dovete distinguere bene l'agire, l'agire che non è permesso, dal non agire. Pieno di mistero è il cammino degli atti!".

C'è dunque un atto permesso e un atto che non è permesso? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze? Cosa è permesso nella vita e cosa non lo è?

Questo è il primo di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il secondo post.
 

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Nuovo libro delle Edizioni Rosacroce: Il Cervello e l'Anatomia della Liberazione

Possiamo considerare il cervello come una matrice materiale in cui la nostra coscienza registra la sua biografia.  E nella formazione materiale del cervello possiamo anche intuire il manoscritto dello spirito, che ci unisce potenzialmente all’idea archetipica dell’uomo perfetto “ad immagine e somiglianza”.  Si tratta di una potenzialità che possiamo sviluppare.  Se impariamo a leggere questa “segnatura” nella manifestazione materiale della nostra struttura cerebrale, possiamo comprendere quante inaspettate spirali di coscienza si incontrino aperte davanti a noi.  Inoltre, possiamo intravedere un cammino tracciato attraverso il quale lo spirito si manifesta nella materia.  L’idea archetipica si apre un varco per mezzo dell’anatomia.

Ulteriori informazioni: http://www.edizionirosacroce.it/home/61-il-cervello-e-l-anatomia-della-liberazione-9788885655485.html

Il Cervello e l'Anatomia della Liberazione

Il Cervello e l'Anatomia della Liberazione

Alla luce delle nuove rivoluzionarie teorie quantistiche, un approccio differente, nelle modalità e nell'esposizione, a quelli che potrebbero essere i futuri scenari di una attività cosciente da esperire nel nostro paesaggio interiore per comprenderne, al meglio, il funzionamento.

L'era dell'Acquario

La nostra epoca si potrebbe chiamare l’epoca delle informazioni.  Tutti i campi sociali umani, siano questi artistici, religiosi, economici, esoterici etc., sono in piena attività: sembra proprio che un'immensa energia abbia afferrato tutto il pianeta e tutti cercano di analizzare, con idee e teorie, quello che sta succedendo attualmente in seno alla razza umana. Ovviamente, l’emotività, la mentalità e la moralità umana vengono prese come base di partenza per delucidare la confusione dei tempi attuali. Così, ogni uomo si sente in diritto di dire la sua sullo stato caotico del villaggio globale umano. Questo turbinio di ipotesi e teoremi, dimostra proprio che in fondo, una nuova idea metafisica, per così dire, pulsa nell’atmosfera del pianeta. Anche questa è un'informazione, ma in un certo senso si tratta di pura energia, quindi non sorta da speculazioni sentimentali o mentali dell’uomo. Questa informazione metafisica-energetica, cerca di farsi largo nelle coscienze degli uomini, che recependola però non nel modo  tipico  delle normali informazioni usuali,  non sono in grado di decifrarla in modo puro e completo.

In fondo, nella drammaticità di oggigiorno, si può scorgere l’intervento della Fraternità della vita in favore di una umanità allo sbaraglio. L’aiuto ci viene offerto ad ogni istante sotto forma di vibrazioni di luce, ma tocca a noi in quanto razza umana, impiegare questo aiuto soccorrevole nel giusto modo. Dato che ogni informazione che fino ad adesso l’umanità ha utilizzato per risolvere i problemi della sua complessa civilizzazione è essenzialmente di carattere umano, è logico  dire che, la nuova idea metafisica apparsa nell’atmosfera, non si rivolge più alle capacità naturali dell’uomo, ma alla sua statura divina che in latenza aspetta di rinascere nella costituzione dell’uomo. Solo accettando questa possibilità di completa rinascita, l’umanità potrà uscire dal dedalo di contraddizioni in cui attualmente geme.

E’ quindi positivo che tutte le fazioni umane, chiuse per adesso in dogmi e settarismi, si stiano affrontando attualmente nell’immenso campo di battaglia del mondo. Questo infatti dimostra che siamo in piena epoca di rivelazione e tutto sta uscendo alla luce del sole, sia in senso positivo che in senso negativo.

Questo smascheramento della psiche umana, è dovuto proprio all’influsso della misteriosa informazione energetica apparsa nell’atmosfera del mondo, che non solo reca energia novella alle anime sfinite perché perse nel labirinto di mille linguaggi in competizione tra di loro, ma soprattutto smaschera, portando in luce tutte le caratteristiche umane che, fino a poco tempo fa, erano tenute nascoste nei recessi dell’inconscio.

Non dobbiamo quindi aspettare Maitreya che ritorna, o la venuta del Cristo, perché  queste leggende indicano uno stato attuale già concretizzatosi nell’atmosfera del pianeta.  E' sufficiente accedere a questa atmosfera attraverso un gruppo di persone orientato su questo campo cristico.  Spetta ad ogni singolo del gruppo mettere in pratica “l’imitazione di Cristo”, ovvero permettere alla natura Buddica di prendere posto nell’altare del cuore, e questo in un senso interiore, non certo seguendo dogmi o tradizioni esteriori.

L’informazione più importante che ci veicola l’era dell’acquario quindi, è quella di mettersi all’opera per edificare uno stato di coscienza che non sia più egocentrico, una coscienza dell'anima che fa nascere l'essere umano in un nuovo mondo, diverso per vibrazione e costituzione al nostro, nel quale fa parte di una vera famiglia umana unita nell'autentico amore del prossimo.

 

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Simbolo dell'Era dell'Acquario

Simbolo dell'Era dell'Acquario

Simbolo dell'Era dell'Acquario usato durante le cinque Conferenze Aquarius dal 1963 al 1967 tenute nei centri della Scuola Internazionale della Rosacroce d'Oro in Olanda, Germania, Svizzera e Francia

Chi è Cristiano Rosacroce?

Cristiano Rosacroce è tra i personaggi più misteriosi della storia intellettuale europea. Quale mistero si trova dietro il suo nome?

“Chi è Cristiano Rosacroce?“

Se si pongono queste domande oggi, allora le domande che ne conseguono inevitabilmente sono: “È realmente vissuto quest’uomo?“; “Chi sono i Rosacroce?“ La risposta a queste domande richiede una profonda ricerca interiore della verità. Non la verità consueta dei fatti storici, ma la verità senza tempo sulla natura e il fine dell’esistenza umana.

Nel Lectorium Rosicrucianum i Rosacroce vedono in Cristiano Rosacroce un prototipo spirituale, il loro “Padre-fratello“ e fondatore dell’Ordine spirituale, e allo stesso tempo il nome del campo di forza del quale essi beneficiano. Negli scritti rosacrociani classici del Diciassettesimo secolo questo campo di forza è chiamato la “Dimora Sancti Spiritus“. Queste fonti della storia spirituale occidentale contengono riferimenti che possono toccare profondamente un cercatore della verità, e forse anche aiutarlo ad aprire una porta alla conoscenza intuitiva. È di questo tema che vuole trattare questo articolo.

 

Gli scritti classici dei Rosacroce

Chiunque entri in contatto con i tre scritti originali dei Rosacroce classici, si trova di fronte ad un’abboddanza di simboli ed immagini misteriose. Questi manoscritti furono pubblicati tra il 1614 e il 1616 dal teologo tedesco Johann Valentin Andreae di Calw, che era membro del cosiddetto “Circolo di Tubinga“, una fratellanza di persone spiritualmente ispirate. Questi manoscritti ci parlano di Cristiano Rosacroce e della fraternità rosacrociana. I loro tre titoli sono:

Questi scritti furono riediti e commentati da Jan van Rijckenborgh alla metà del Ventesimo secolo.

 

Le tre descrizioni di Cristiano Rosacroce

Esistono tre principali descrizioni di Cristiano Rosacroce, che è anche chiamato “Fratello CRC“. Una descrizione è di Rudolf Steiner, la seconda si trova nella Confessio e nella Fama, e la terza si trova nelle Nozze Alchemiche. Tutte utilizzano il linguaggio dei misteri, con il quale ogni dettaglio assume un significato spirituale nascosto. Niente in questi testi è accidentale o di seconda importanza.

In questi scritti, Cristiano Rosacroce è descritto in molti modi differenti. È comunque sempre evidente la sua grande modestia ed umiltà. Egli è completamente sincero nella sua dedizione e propensione a servire. Appare al lettore come una persona che, nonostante tutte le difficoltà, segue il proprio cammino spirituale. Al tempo stesso egli appare come la luminosa personificazione del grande obbiettivo: la resurrezione dell’uomo immortale. Cristiano Rosacroce rappresenta l’incarnazione di una realtà spirituale, il prototipo dell’uomo che segue la via dell’iniziazione cristica, a proposito della quale leggiamo nel Nuovo Testamento: “È seminato corruttibile, risorge imperituro. È seminato nel disonore, risorge nella gloria. È seminato un corpo animale, risorge un corpo spirituale“.  (1 Cor. 15, 43-44)

 

La conferenza di Rudolf Steiner sul primo Cristiano Rosacroce.

Rudolf Steiner, nella sua conferenza del 27 settembre 1911, racconta che Cristiano Rosacroce si incarnò per la prima volta nel tredicesimo secolo. Egli crebbe in segreto, protetto da dodici maestri – dodici esperti – che lo iniziarono alla conoscenza completa dei misteri del Vecchio Mondo. Essi trasferirono tutta la loro conoscenza nella sua mente facendo di lui un’incarnazione vivente dei misteri d’Occidente.

In merito, in CRC vi è una sintesi completamente nuova tra tutte le antiche religioni ed il cristianesimo, che si manifesta nel suo corpo eterico. Come il “Tredicesimo“ egli può ora riflettere questa saggezza nel cerchio dei dodici ed insegnare loro la saggezza più elevata. Cristiano Rosacroce muore, poi, in giovane età.

 

Il “Tredicesimo“ da un altro mondo

Nel linguaggio dei misteri, dodici forze formano insieme un universo completo, la totalità di un campo di vita unitario. Questa visione la si può ritrovare per esempio nei dodici segni dello zodiaco che circondano il nostro universo fisico. L’uomo della natura ordinaria vive di queste forze.

Pertanto, per “tredicesimo“ si intende sempre una manifestazione di energia proveniente dalla più alta regione cosmica; la regione al di là dei Dodici. Cristiano Rosacroce, in quanto tredicesimo in mezzo al cerchio dei dodici, è l’incarnazione di un essere proveniente dal campo di vita dell’umanità immortale, dal quale discende nel nostro campo di vita mortale con una missione ben precisa.

 

La seconda incarnazione di Cristiano Rosacroce

Per la realizzazione della sua missione, come riportato nella Confessio, CRC si incarnò di nuovo nel 1378. Ora egli non deve più agire in segreto, ma appare in pubblico sotto il nome di Cristiano Rosacroce. Il suo corpo fisico era morto, ma il suo corpo spirituale immortale sopravviveva ed era vivo come sempre. Questo perché la pienezza della conoscenza dei misteri sopravvive illesa dalla precedente incarnazione ed è disponibile senza limitazioni.

Queste relazioni si trovano anche nella Fama. Essa ci dice come i fratelli scoprirono la tomba di ACRC (il primo Cristiano Rosacroce) dopo 120 anni, scoprendo il suo corpo completamente intatto “con tutte le insegne regali“

 

La missione di Cristiano Rosacroce

Qual è la missione del fratello CRC? La ritroviamo nella Fama. Qui la storia della vita di Cristiano Rosacroce è raccontata dall’anno della sua nascita 1378. Vi è scritto che fratello CRC crebbe in un monastero e viaggiò nei paesi arabi in giovane età. L’antica conoscenza ermetica dei misteri dell’Occidente a quell’epoca era concentrata principalmente nei paesi e nella cultura araba, in particolare in Egitto e in Asia Minore, dove l’Alchimia spirituale ha le proprie origini. Perciò, Cristiano Rosacroce visitò questi paesi per assorbire personalmente tutta la loro saggezza esistente. Al ritorno in Europa egli offrì i suoi tesori spirituali all’élite intellettuale europea. Il suo obbiettivo era una totale riforma di vita.

Una volta che comprese che essi non erano interessati, raccolse intorno a sé persone per le quali le cose più importanti della vita non erano l’accumulazione di denaro, la conoscenza esteriore e l’onore personale. Egli fondò la Fraternità dei Rosacroce con persone che avevano uno scopo di vita molto differente. Questo scopo o obbiettivo si manifesta attraverso la “costruzione della Dimora Sancti Spiritus“.

Cos’è questa dimora? A chi è destinata e chi vi può accedere?

La Dimora Sancti Spiritus non è un tempio materiale e non è situata in un luogo geografico. È piuttosto un campo di forza, un’energia concentrata a livello dell’anima-spirito, dove l’uomo e lo Spirito possono incontrarsi e fondersi in una nuova vita, come accadde allo stesso Cristiano Rosacroce.

Le porte di questa dimora sono spalancate per tutte le persone il cui essere interiore anela allo Spirito, su un’esistenza che va oltre il tempo e lo spazio, verso un’altra realtà, di natura divina. Le origini, la religione o la razza non rappresentano un problema perché la Dimora Sancti Spiritus è destinata come dimora spirituale all’intera umanità. Per i curiosi, comunque, la Dimora Sancti Spiritus rimane nascosta e chiusa.

 

Il terzo documento: il segreto delle Nozze Alchemiche

Il terzo documento su Cristiano Rosacroce racconta delle sue esperienze durante un “Matrimonio Alchemico“. Il termine “Chimico“ o “Alchemico“ si riferisce all’arte degli alchimisti che erano molto popolari ai tempi di Andreae. Essi cercavano di trasformare i metalli vili in oro con l’aiuto della “Pietra filosofale“, che era anche chiamata l’elisir di vita. Ma questo era soltanto l’aspetto esteriore dell’alchimia.

I veri alchimisti ermetici erano concentrati sulla pietra filosofale che conduce alla trasfigurazione, la grande metamorfosi dell’anima umana, la resurrezione di un corpo nuovo che Paolo, in Corinzi 1;15, descrive come “incorruttibile“.

È questo il modo con il quale le Nozze Alchemiche devono essere intese. In questo libro l’iniziazione trasfiguristica è narrata sotto forma di un racconto allegorico. Cristiano Rosacroce, la sera prima di Pasqua, riceve da un angelo un invito alle nozze alchemiche. Le nozze hanno luogo in un palazzo reale e durano sette giorni.

All’inzio, la storia descrive al lettore un sogno. CRC si trova prigioniero in un pozzo buio dal quale viene salvato afferrando una corda di luce. Dopo molte avventure, il racconto fantastico termina nell’ottava camera della “Torre dell’Olimpo“, dove Cristiano Rosacroce conclude la sua grande opera di resurrezione: l’“Opus Magnum“ alchemico. Ma dopo questa fase, egli non svanisce nella sfera luminosa del campo di vita divino, ma ritorna dai suoi fratelli nel castello reale.

 

Il guardiano sta in piedi con la schiena rivolta alla Luce

È adesso che Cristiano Rosacroce comprende per quale compito è stato scelto, ovvero di guardiano che mostra la strada ai candidati in arrivo. Se fratello CRC abbia realmente accettato tale compito rimane incerto, come illustrato alla fine del racconto:

“Mancano due pagine e un quarto, ed egli, l’autore, con l’idea di dover essere guardiano la mattina seguente, tornò nella propria patria“.

Viene detto della Fraternità dei Rosacroce che essi stanno davanti al cancello del mondo della Luce per amore dell’umanità con la schiena rivolta alla Luce. Ciò sta a significare che la Fraternità dei Rosacroce ha il compito di servire l’umanità che vive ancora nel mondo perituro, affinchè un giorno tutti gli uomini possano afferrare una corda di Luce ed essere tirati su. Questo è un aspetto essenziale della risposta alla domanda “Chi sono i Rosacroce?“

 

Cristiano Rosacroce è mai realmente esistito?

Infine, ritorniamo alle domande: “Cristiano Rosacroce è realmente esistito? Che cos’è la vita e cosa è reale? I personaggi come CRC vengono nella natura mortale dal “di là dei dodici“. Provengono dalla fraternità delle anime immortali che hanno la loro patria in un ordine di natura differente. La loro missione è servire e far calare una corda di Luce in questo mondo, per costruire una “Dimora Sancti Spiritus“ per coloro che vogliono mettersi in viaggio verso quel mondo di anime immortali. Spesso, le descrizioni delle loro vite e della loro opera sono contraddittorie – perché nella tradizione dell’allegoria storica, il punto di vista esteriore ed interiore, la dimensione materiale e quella spirituale, sono mescolate, accidentalmente o intenzionalmente, in un groviglio apparentemente inestricabile.

Al momento opportuno un tale servitore dell’umanità lascerà questo mondo – di solito senza lasciare tracce materiali – per lavorare altrove e poter continuare la propria missione. Essi vengono e soffrono per amore dell’umanità. E a prescindere dal posto in cui si trovano, continuano a vivere in eterno poiché la loro natura fondamentale è immortale e non si trova nella propria patria nel nostro mondo.

Se un cercatore di verità vuole avvicinarsi al mistero dei loro nomi e della loro esistenza, e dissolvere il groviglio inestricabile, deve iniziare con il percorrere il proprio cammino spirituale verso il mondo delle anime immortali.

Cristiano Rosacroce riceve l'invito alle nozze alchemiche

Cristiano Rosacroce riceve l'invito alle nozze alchemiche

Cristiano Rosacroce riceve l'invito alle nozze alchemiche

Catari, Mistici, Rosacroce – Messaggeri della Gnosi

La storia dello Gnosticismo dal VII° secolo a oggi è collegata a movimenti quali i Bogomili, i Manichei e i Catari, e a personaggi come Meister Eckhart e Jakob Böhme. Anche i Rosacroce del Lectorium Rosicrucianum si collocano nella tradizione gnostica.

Gli gnostici sono caratterizzati dalla loro aspirazione al Regno della Luce. Si possono trovare nei movimenti gnostici di tutte le epoche e anche in singoli individui, che sono diventati messaggeri della realtà divina attraverso la loro vita di servizio.

 

Lo Gnosticismo nei secoli dal VII° al XIII°

Nel VII° secolo, i Pauliciani vissero e operarono nell’Impero Romano d’Oriente. Rifiutarono ogni forma di gerarchia costituita, poiché questa avrebbe limitato l’esperienza interiore della verità.

Verso la fine dell’XI° secolo, centinaia di migliaia di Pauliciani – così come i Manichei – furono uccisi dalla Chiesa Ortodossa Bizantina.

Ma la Gnosi sopravvisse. La sua luce e la sua forza brillarono, per esempio, nella comunità dei Bogomili, che vissero principalmente in Bulgaria durante i secoli XII° e XIII°, e trasmisero la loro eredità gnostica ai Catari, nel sud della Francia. Queste due comunità gnostiche perfettamente orientate, furono sottoposte allo stesso destino di coloro che le precedettero. Migliaia di loro furono perseguitati, torturati, e uccisi dai cosiddetti “ortodossi”.

 

Templari e Rosacroce

Agli albori del Medio Evo, la Gnosi sopravviveva nelle cerchie più interiori dell’Ordine dei Templari. All’inizio del XVII° secolo, si rafforzò e si manifestò nel movimento dei Rosacroce.

Johann Valentin Andreae, l’autore dei Manifesti dei Rosacroce, fu uno dei suoi rappresentanti più importanti. Da questo movimento emergono linee di collegamento con i Massoni, che riorganizzarono le loro comunità all’inizio del XVIII° secolo.

Un altro forte impulso gnostico fu dato con la fondazione della Società Teosofica, nel XIX° secolo. Helena Petrovna Blavatsky e Annie Besant furono figure chiave di questa comunità. Seguirono i movimenti di Rudolf Steiner e di Max Heindel. Nel 1924, ebbe inizio la storia della Scuola della Rosacroce d’Oro, attraverso il lavoro spirituale di Jan Van Rijckenborgh e di suo fratello Zwier Willem Leene, che in seguito fondarono il Lectorium Rosicrucianum, insieme a Catharose de Petri.

In quanto gnostici Rosacroce, essi ebbero un contatto molto stretto e particolare con la precedente Fraternità dei Catari. Tutti questi movimenti mostrano l’evidenza di un Cristianesimo interiore e descrivono un cammino verso Dio, che è possibile solo attraverso il rapporto con lo Spirito di Cristo.

 

Meister Eckhart, Jacob Böhme e i Mistici

Concentrandosi sugli sviluppi avvenuti all’interno della Chiesa, diviene visibile un filo conduttore che unì molti messaggeri gnostici. Nel bel mezzo della coercizione religiosa sempre più crescente, esercitata dai dogmi e dalla gerarchia ecclesiastica, essi erano in contatto diretto con lo Spirito Originale del Cristianesimo e lo testimoniarono con il loro comportamento di vita.

Solo per nominarne alcuni di loro, possiamo fare riferimento ai Mistici Meister Eckhart, John Tauler, Henry Suso, Jan Van Ruysbroek, vissuti nel XIII° e nel XIV° secolo in Germania e in Olanda, dove diedero testimonianza del vero Cristianesimo interiore.

Meister Eckhart disse che l’uomo ha il compito di sondare la parte più profonda della sua anima, dove vi è nascosta la Scintilla di Spirito. L’idea della Scintilla di Spirito all’interno dell’uomo, proviene dagli insegnamenti degli antichi Gnostici. Così, per sperimentare la nascita di Dio nella profondità del proprio cuore, non è necessario nessun aiuto dall’esterno. Si compie solo attraverso la totale devozione dell’anima allo Spirito di Dio, e il progressivo lavoro sulla propria coscienza.

Tauler e Suso, entrambi discepoli di Meister Eckhart, pongono uno speciale accento sulla “quiete”, che l’uomo deve acquisire all’interno di se stesso, per vedere Dio. Questo completo, autentico, devoto affidamento dell’ego al Dio interiore viene descritto con l’espressione del “morire secondo la natura”, così come è inteso nel linguaggio gnostico. I Catari chiamarono questo processo interiore “Endura”.

Eckhart, Tauler e Suso osarono pubblicare le loro conoscenze, nonostante l’opposizione della Chiesa. La profondità e la sincerità dei loro insegnamenti convinsero in quel momento molti cercatori, che, come risultato, formarono comunità laiche al di fuori della Chiesa.

Essi si diedero il nome di “Amici di Dio” e si videro come silenziosi viandanti sul sentiero interiore che conduce a Dio, il cammino al quale Cristo si era riferito.
In Olanda, gli stessi insegnamenti furono portati da Jan Van Ruysbroek, e circa trecento anni più tardi a Goerlitz da Jacob Bohme, che vide se stesso come uno strumento dello Spirito vivente, anche se la Chiesa protestante lo definì un eretico.

Jacob Bohme diceva che ogni uomo deve discendere nella profondità di se stesso, entrare nel proprio cuore per riconoscervi amore e rabbia, e aprirsi con forza un varco verso l’amore, superando il conflitto interiore. Egli avrebbe potuto realizzare questo stato solo nella forza di Cristo, che pervade l’intero cosmo. Secondo il pensiero di Bohme, l’uomo è un’entità morta-nascente che deve giungere da sola al suo compimento.

 

Il processo di trasformazione interiore


Perché queste persone, che furono profondamente toccate dalla Gnosi, accettarono di sopportare diffamazione, persecuzione e spesso la morte a causa delle loro credenze?

Uno Gnostico sperimenta lo Spirito Divino direttamente all’interno del proprio essere. Egli vede il suo cammino chiaramente di fronte a sé, e desidera fare tutto quanto è necessario per progredire nella sua trasformazione interiore. Egli infatti sa che nessun’altro potrebbe compiere per lui questa “morte quotidiana”, come ci riferisce Paolo. Egli deve farlo da solo, deve abbandonare con amore questo mondo e lasciare indietro la vecchia vita.

Colui che è toccato dalla Gnosi, riconosce che Cristo deve nascere e morire in ogni uomo. Questo processo di “trasfigurazione” è il vero messaggio del Cristianesimo sperimentato interiormente dagli Gnostici. Esso si estende come una fiamma che diventa sempre più grande e brillante, poiché è in contatto con il fuoco dello Spirito Santo che offre la sua Luce all’intera umanità.

È da questo processo che provengono le parole del triplice sigillo gnostico:

L’essere umano che diviene cosciente di se stesso conosce la sua origine divina
– Nato da Dio –

Il vecchio uomo muore, la nuova anima si risveglia
– Morto in Gesù –

La nuova coscienza razionale entra in contatto con lo Spirito, e afferma: Il Padre e io siamo una cosa sola
– Rinato nello Spirito Santo –

Questa è la chiave della salvezza dell’uomo, che lo ha accompagnato come una vocazione attraverso tutte le epoche, che ancora lo accompagna, e lo farà sempre.

 

La Gnosi nelle altre tradizioni religiose

Gli elementi fondamentali dell’esperienza gnostica, il contatto diretto con la Luce Spirituale e la grande trasformazione dell’uomo, la Trasfigurazione, non sono presenti solo nella tradizione religiosa cristiana. Per esempio, gli scritti di Lao Tse, nel Tao Te King, sono testimonianze dell’antica Gnosi Cinese, e i libri sulla Gnosi Egizia di Ermete Trismegisto, provano che la sapienza divina ha sempre trasmesso il messaggio di liberazione per l’uomo che aspira a ritornare nel mondo immortale dello Spirito.

 

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