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Il conflitto interiore

La Scuola Spirituale della Rosacroce d'Oro rivela l'Insegnamento Universale, la cui essenza non si trasmette tramite parole o scritti, ma per mezzo di una forza.

Il termine "universale" è dovuto al fatto che questa forza si manifesta costantemente in tutte le epoche, in tutte le razze e nell'intero campo di vita terrestre.  Questa forza cerca ciò che si è perduto da tempi immemorabili.  Essa chiama senza sosta l'uomo per renderlo cosciente della sua vocazione originale e della nobiltà della sua origine.

Il divenire cosciente, il rinnovamento e l'elevazione in un nuovo stato d'essere è quindi il fine dell'intervento universale.  Questo fine è più o meno chiaramente espresso in molti scritti, leggende e miti di svariati popoli.  Uno di questi è la Bhagavad Gita, il Canto del Beato.

La Bhagavad Gita può essere considerata il vangelo dell'India; essa fa parte del Mahabharata, un poema epico, e illustra il dialogo tra Arjuna e Krishna negli istanti che precedono la battaglia tra due eserciti.  

Arjuna, comandante di uno dei due eserciti, si fa condurre sul campo di battaglia nel suo carro da combattimento: vuole dare un'occhiata all'esercito nemico contro cui dovrà ben presto combattere.

Tra i ranghi nemici egli riconosce molti parenti e vecchi amici, per cui, pensando che si sta preparando a uccidere uomini che ama profondamente viene assalito dal dubbio.  In piena sofferenza, getta arco e frecce sul campo di battaglia e si appresta a ritirarsi.  Come potrebbe infatti combattere i suoi amici e coloro a cui è unito dai legami del sangue?

Krishna, incarnazione del dio Vishnu nella trinità indù, suo amico e conduttore del carro, lo sostiene in questo momento di dubbio, rammentandogli il suo compito quale comandante dell'esercito e spronandolo a fare il suo dovere senza attaccamento.

Arjuna decide di combattere

Le argomentazioni di Krishna occupano la maggior parte del poema.  Non vengono trattati solo i problemi personali di Arjuna, ma anche il significato e la comprensione dell'azione; si tratta del senso della vita e del fine per cui l'uomo deve lottare e soffrire su questa terra. Alla fine del dialogo Arjuna ha rivisto la sua posizione, è pronto a lottare e il combattimento inizia.

Come tutti i vangeli, anche la Bhagavad Gita può essere letta e compresa in un senso puramente esteriore e letterale.  In tal caso si potrebbe concludere che questo poema approva la guerra e va contro l'insegnamento del Cristo, di Budda e di molti altri messaggeri dello Spirito, i quali dicono: "Amate i vostri nemici e fate del bene a chi vi odia".

Queste parole sembrano in contraddizione con quelle di Krishna, che cerca di convincere Arjuna della legittimità del suo compito in quanto comandante dell'esercito. Ma dietro l'apparenza esteriore è celato un messaggio di ben altro significato.
I vangeli cristiani descrivono un processo interiore con l'aiuto delle figure centrali di Giovanni e di Gesù. Altrettanto accade nella Bhagavad Gita, dove Arjuna è l'uomo che si sforza di giungere alla coscienza e alla liberazione.

Si tratta di un principe, il che indica che un'eredità regale lo attende. In lui il principio divino è uscito dal sonno: è la forza centrale che i Rosacroce chiamano Rosa del cuore.

Nel suo combattimento Arjuna è sostenuto da Krishna, suo amico e consigliere divino. Krishna è la nuova coscienza dell'anima, che si risveglia nell'uomo pieno d'aspirazione.  Questa nuova influenza, così diversa, è riconosciuta intuitivamente da Arjuna solo di tanto in tanto.

Per la maggior parte del tempo egli tratta Krishna come un suo simile, poiché gli manca ancora il vero potere del discernimento.
Il teatro del combattimento decisivo è la piana di Kurukshetra, termine che significa "luogo consacrato ai pellegrini". Questo luogo è il cuore.

Nell'insegnamento della saggezza universale il cuore è il centro della personalità umana e nel contempo un organo particolare, che possiede una certa sensibilità alle influenze provenienti dal nucleo del microcosmo. Per cui il pellegrino sul cammino del rinnovamento deve vegliare e purificare senza sosta il suo cuore, al fine di farne un luogo sacro.

Questo significa che dovrà progressivamente congedarsi da tutto quello che lo lega al suo vecchio stato d'essere e perseverare in questo atteggiamento in modo conseguente.  E' solo liberandosi dai vecchi legami che il nuovo impulso può prendere slancio fino a prevalere. Solo così Krishna, la guida, l'intimo consigliere, può divenire più forte e attivo.

In questa fase la luce e le tenebre s'incontrano nell'allievo, suscitando un grande conflitto interiore.  Ma questo stato non può durare, poiché così causerebbe un affaticamento mortale e un grande smarrimento.

Dopo una fase di preparazione l'uomo deve dunque prendere, al momento giusto, una decisione definitiva: o avanzare con la luce o ostinarsi egoisticamente pensando solo alla propria autoconservazione.

Prima che la battaglia inizi e porti ad una soluzione definitiva, il cuore deve divenire "il luogo consacrato ai pellegrini".  E la condizione che determina questo stato è la coscienza di sé.
Così Arjuna, prima di combattere, si reca sul teatro delle operazioni per gettare uno sguardo sul campo di battaglia; ma una volta giuntovi, scorge il nemico e si spaventa: davanti a lui si trovano molti amici e parenti!


 

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Il conflitto interiore

Il conflitto interiore

Il conflitto interiore

La coesione con tutto

Questo articolo è il settimo di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il sesto post.

L'amore è unità, unità senza alcuna divisione. L'amore esiste solo così, non esiste in astratto, in teoria, non è un'idea.  E' piuttosto l'espressione dell'idea quando incontriamo qualcuno.  E' la radiazione calma, serena, unificata della coscienza che non risente più né attrazione né repulsione, le quali fanno nascere violenti turbini d'energia, che da un lato consumano l'essere con le passioni e dall'altro l'intristiscono sotto l'influsso glaciale dell'antipatia.

L'amore rende mite. Non v'è più né ricerca dell'errore né accusa, perché il destino e gli avvenimenti sono percepiti come la conseguenza logica d'atti anteriori - il cui conto è presentato - che offrono però contemporaneamente la possibilità d'un nuovo inizio. Davanti a questa legge di grazia noi diveniamo silenziosi.

Vediamo, percepiamo e sentiamo i rapporti di tutto con tutto, di tutti con tutti.  Davanti alla grandiosa coesione dell'Universo non si può far altro che restare silenziosi, profondamente silenziosi, fino alla dissoluzione dell'ultima piccola traccia d'egocentrismo.

Finché questo lavoro non è portato a termine, si ricade sempre nel sentimento.  Il sentimento è un'attività anormale del cuore, che trae origine dalla luce tremolante di uno stato di coscienza imperfetto.

La fiamma dell'onniscienza deve prima penetrare nel cuore, affinché questo venga riportato alla sua vera funzione.  Ma questo ristabilimento si verifica solo se l'uomo, grazie al contatto con la Coscienza universale, si eleva al di sopra dei suoi limiti e genera dall'interno un uomo totale, in cui vive l'unità.  Il suo cuore è allora vicino a tutto.

Il non-io genera l'amore.  Nel non-io le relazioni non sono più un investimento per l'avvenire; non ci si serve più dell'altro per cacciare la noia; non si prende un compagno o una compagna per passione, per bisogno di dominare, di cambiare, di convincere o di plasmare una copia di se stessi; se si divide la propria vita con qualcuno a tutti i livelli, qui e ora, l'amore fluisce fin nella vita comune.

Essere miti, amare, è capire che la vita è un tutto unico, indivisibile.  Questa coscienza, questa comprensione, ci mette in grado d'esprimere quest'idea nelle nostre relazioni ed esperienze con gli uomini e con le cose.  L'amore è dunque l'espressione di questa 'comprensione' nelle nostre relazioni quotidiane.

Come l'intelligenza non può essere un possesso personale di qualcuno, così l'amore non può essere un bene esclusivo degli uomini.  Non si può mai afferrare l'amore in un'esperienza, non si può mai afferrarlo nel contesto d'un pensiero, d'una idea.  Non si può descriverlo né definirlo.  L'amore è una forza che rende tutto 'totale', dove tutto può crescere e fiorire.  Per questo l'amore erediterà la terra.  Questa forza trasformerà la terra e la porterà alla perfezione.  Questa forza è l'universo stesso.  Chi vive di questa forza non è più sottomesso ad alcuna influenza.

E' impossibile convincere un mite.  Per questo egli è più forte di chiunque altro.  A causa del suo stato d'essere egli è, nel vero senso della parola, un'autorità, un essere autonomo che vive della forza fondamentale universale.  Per lui i blocchi, le durezze e le tensioni sono terminati, ormai sciolti e riportati alla loro vera natura.

Chi è diventato mite scatena la lotta negli altri.  La lotta non è mai provocata dal mite, ma dagli ego messi a confronto con la sua forza, che entrano in lizza per combattere e diminuire la sua attività 'sovrumana'.  La sua forza può scatenare la sola vera rivoluzione all'interno dell'uomo.  E' una forza che solleva tempeste, nelle quali viene annientata l'antica violenza e dopo le quali è possibile percepire il silenzio dell'infinito.  Ecco l'eredità di ciascuno.

E Lao Tse dice nel Tao-Te-Ching:

 

Nel mondo le cose più deboli
hanno ragione delle più forti.
Niente al mondo è più morbido e debole dell'acqua,
ma niente la supera nel sollevare il duro e il forte.
Il debole può vincere il forte
e il flessibile il duro
Il mondo intero sa questo,
ma nessuno lo mette in pratica.
Così il saggio dice:
Chi prende su di sé tutti i biasimi del regno
può essere il suo maestro.
Chi accetta tutti i mali del regno
può essere il sovrano del mondo.
Ecco delle parole vere,
benché sembrino dei paradossi.

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La coesione con tutto

La coesione con tutto

La coesione con tutto

La violenza annientata

Cosa riempie la vita del mite?  Da dove questi trova il suo coraggio?  Da dove attinge la forza 'sovrumana' d'amare anche i suoi nemici? Ecco una domanda importante, poiché il mite capace di tanto possiede la chiave della pace.  E, quando si possiede la chiave con la quale annientare la violenza, tutti i nostri problemi sono risolti. Non v'è infatti niente che noi desideriamo quanto la scomparsa della violenza, la risoluzione della lotta per la pace.  Se può farlo il mite, perché non noi?

Dobbiamo avere il coraggio di varcare le frontiere dell'ego.  Non è poi così difficile come pensiamo.  E' dunque così difficile nascere?  Qui si tratta in particolare di una rinascita, del miracolo della nascita nella notte di Natale, la nascita d'una luce, cioè di una nuova comprensione nelle tenebre della nostra coscienza-ego limitata.

Poiché al di fuori della coscienza personale ordinaria v'è la Coscienza universale, che riempie l'intera creazione.  Noi proveniamo anche da questa vita imperitura.  Quando la Vita universale tocca la nostra coscienza, tutto il nostro cuore s'apre e percepiamo allora quello che non avevamo mai visto prima.

La prima cosa che vediamo siamo noi stessi; noi stessi così come siamo in realtà e non l'immagine che ce ne siamo fatta.  Vediamo la casa scalcinata dove abitiamo, i valori illusori sui quali è stata edificata, i buchi e le fenditure attraverso cui soffiano le passioni, di qui, di là, da sinistra e da destra, dall'alto e dal basso.

Vediamo la vita mutevole e incostante dei sentimenti, in cui è talvolta implicato il nostro cuore.  Vediamo le energie che provocano queste tensioni, suscitano dei blocchi, induriscono e chiudono il cuore, finché questo finisce per raggrinzirsi completamente e somigliare a una miserabile stalla.  Vediamo il turbinio sfrenato dei pensieri dai colori sbiaditi che popolano la nostra atmosfera e il nostro cervello.

Tutto questo è rischiarato dalla fiamma della Coscienza universale, che tutto abbraccia e nulla esclude. Questa fiamma ci colma sempre più, nella misura in cui l'antica dimora della personalità viene smantellata. Questa fiamma conferisce anche la spada del discernimento, che va a intaccare e sciogliere tensioni, blocchi e limitazioni.  Ogni durezza, asprezza, malformazione e degrado sono cambiati e trasmutati dall'energia più alta, dunque dalla più ardente.

Notate bene che le durezze, le limitazioni, le malformazioni non sono respinte ma percepite chiaramente e trasformate. Nell'universo non esiste niente che assomigli a un immondezzaio dove ammucchiare le personalità-ego abbattute. Le energie inferiori sono trasmutate, così come nell'ardore della fornace un pezzo di ferro arrugginito arriva a risplendere uniformemente da ogni lato, perdendo a poco a poco la sua forma.

Si raggiunge la serenità nell'istante stesso in cui si diventa miti.  E' il segno dell'energia universale del mondo senza spazio.  Quando si è miti si scioglie ciò che è rigido, si allenta ciò che è teso, si abbattono i muri penetrando ovunque.  Questo stato ha per sorgente l'Unità universale, nella cui forza è ristabilita la vera e unica funzione del cuore: l'amore, l'amore per tutti.  E' per questo che il cuore deve essere libero, indipendente, sempre aperto, senza alcuna riserva o esclusione.

L'amore risplende uniformemente, in ogni situazione, in ogni occasione, a ogni incontro. E' l'espressione della perfetta comprensione di tutti i fenomeni della vita.  In questa idea ogni barriera, ogni bene e ogni male scompaiono.  L'amore è l'espressione d'una comprensione e d'una accettazione perfette di tutto ciò che è, comunque sia.


 

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Essere mite

Per continuare nelle nostre riflessioni si rende necessario comprendere cosa vuol dire essere mite.

Per spiegare la parola 'mite' senza celebrare questa virtù, come invece fanno cantici e inni, ricordiamo i seguenti punti essenziali.  Essere mite è possedere la forza dell'equilibrio interiore; l'equilibrio interiore nasce quando siamo coscienti dell'essenza della vita e della nostra relazione con l'universo.  Essere mite è fare la continua esperienza della non-dualità.

Essere mite è essere perfettamente non-combattivi; e la non-combattività è una forza che supera la violenza. E' una forza che proviene dall'unità, dall'unità della Vita universale, dall'unità dell'universo. In essa ogni giudizio e ogni critica possibile scompaiono.

Essere mite è fare del comandamento di Cristo "Amate i vostri nemici" uno stato d'essere.  Questo comandamento non differisce dalle antiche tradizioni, che non miravano ad altro che a condurre l'uomo alla perfezione, alla totalità e all'unità. Si crede che essere mite e amare i propri nemici sia riservato alla vita monastica e che non sia affatto possibile nella vita quotidiana, poiché nelle relazioni umane si manifestano sempre rivalità, cupidigia, ambizione, gelosia e collera.

Come si verifica ciò? Quando un individuo dice a un altro "Ti amo" vuol dire anche "Amami!".  E' un'emozione che, nel darsi, reclama qualcosa di ritorno.  Non è disinteressata.  E se il nostro bisogno d'essere amati non viene soddisfatto, ecco apparire violenza, aggressione e odio.  Quello che noi chiamiamo 'amore' non è quindi un sentimento puro, ma un'emozione oscura, che può trasformarsi nel suo contrario e che è del tutto egocentrica.

Non è questo 'amore' che rende mite, poiché tutto ciò che è egocentrico reclama qualcosa per sé, reclama qualcosa in cambio di quanto dà. Quando non l'ottiene, quando non riceve nulla in contropartita, è deluso, indignato. Tenta allora di ottenere quello che non arriva spontaneamente, esercitando una pressione, sviluppando tensione, violenza, aggressione, cattiveria ecc.

Noi chiamiamo bene ciò che amiamo e che ci ama e chiamiamo male ciò che non amiamo e che non ci ama, saltellando tra questi due opposti.  Viviamo in una continua agitazione emotiva.  La nostra coscienza è simile a una candela accesa tremolante nella corrente d'aria che si crea tra due opposte aperture; essa non può quindi rischiarare l'intero ambiente, o lo fa in modo insufficiente.

L'origine di tutto questo è l'orientamento sull'ego, sull'"io" sulla nostra piccola persona, distinta da tutte le altre.  La coscienza dell'uomo non va al di là di questo.  Egli crede d'essere soltanto questa particella, questo frammento.  Egli s'identifica da un lato con il corpo, le pulsioni, gli istinti, dall'altro con la ragione, l'intelletto, l'occulto, il trascendente, e ne è posseduto. E ogni volta che l'uomo è posseduto da qualche potenza - sia essa la scienza o la tecnologia, il denaro o il prestigio, un'ideologia o l'occultismo - egli perde il suo equilibrio.

Noi siamo continuamente fuori dal nostro equilibrio, senza stabilità. Siamo sballottati qui e là, dal buono verso il meno buono, da quello che desideriamo a quello che non desideriamo. Finché la coscienza è accoppiata con l'ego - che divide e limita, giudica e condanna secondo le sue divisioni e le sue limitazioni - non può nascere alcun equilibrio interiore, ed è dunque impossibile essere mite.

Perché essere mite è avere il coraggio di non giudicare più, di perdonare tutti gli errori e amare anche i propri nemici. E quando si amano i propri nemici, non vi sono più nemici.  Chi è mite non è mai egocentrico.  Chi è mite non forza nulla.  Chi è mite è senza violenza, senza tensioni, senza vendetta, senza aggressività, senza cattiveria, poiché la radice della violenza è l'ego limitato. Quando l'ego possiede qualcosa - ed egli possiede anche la personalità - lo difende con violenza. Il mite non vive più per l'ego.  Il mite è liberato dall'egocentrismo.

Questo è il quinto di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il sesto post.

Non-fare

L'allievo riesce a provare qualcosa di un'altra realtà di vita solo allorquando comincia a comprendere un po' le leggi che reggono la trama della sua vita attuale. Questa possibilità non si basa allora su un sublime pensiero suggeritogli dalla Scuola Spirituale, ma è la vita stessa a insegnarglielo.

Quando la personalità-ego non ragiona più, ma si pone nella vita stessa, si lascia vivere dalla vita, allora comincia a sapere. La sua coscienza nella materia si sposta lentamente verso la "causa" della sua esistenza, e immediatamente e intensamente l'allievo risale il filo delle conseguenze fino alla causa. E cosa scopre allora? Che l'intera vita dell'uomo è fatta delle sue idee sulla vita.

Questa convinzione è onnipresente: essa possiede la forza di dare forma alla vita dialettica secondo la sua idea. La nostra situazione personale attuale risulta dunque dalla nostra convinzione anteriore che agisce come una forza. Noi non ne eravamo ancora coscienti, poiché l'uomo ignora che, in quanto creatore, egli manipola continuamente delle forze. Di qui la sua incoscienza e l'esclamazione: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno!".

Solo quando un uomo prende coscienza di se stesso, vede la forza che scaturisce da tutti i suoi atti, sentimenti e pensieri. Allora - grazie a Dio - comincia a comprendere.
Ogni uomo ha, consciamente o inconsciamente, la propria concezione della vita.

Essa si modifica logicamente in funzione di una conoscenza nuova, di esperienze vissute, di diverse circostanze nella vita, ma egli avrà sempre fede in questa sua concezione di vita perché, convinto che sia giusta, essa diventa per lui una verità, la sua verità. La sua personalità e la sua maniera di vivere si conformano dunque a questa concezione di vita.

Se questa esperienza personale della verità fosse in sintonia con la volontà universale, con la Gnosi, non vi sarebbero ostacoli. La volontà dell'Universale sarebbe la nostra volontà, i desideri dell'Universale sarebbero i nostri desideri, la comprensione sarebbe il nostro retaggio!

Purtroppo la nostra intelligenza recalcitrante, i nostri sentimenti e le nostre azioni pongono continuamente degli ostacoli tra ciò che noi desidereremmo e ciò verso cui la Volontà universale ci spinge.

Vediamo, per esempio, la personalità rivoltarsi sempre più contro la malattia, l'infortunio, l'insuccesso.... ma, proprio con questa rivolta contro ciò che la personalità non desidera, si attirano le forze che, per loro natura, si oppongono alla Volontà universale. E la contronatura si rafforza.

Ma la forza originale vive! L'Eterno che non è mai nato, ciò che è simile a se stesso, il Veritiero, spezza la contronatura. Il che ci permette di constatare che la nostra volontà è il nostro più grande nemico, essa non ci dà tregua, poiché, se desideriamo costruire qualcosa, è il contrario di ciò che volevamo che edifichiamo. Non è possibile prendere coscienza se non in comunione con il Principio originale, con la Vita stessa.

Questa forza originale era, ed è sempre, anche in noi. Se ne prendiamo coscienza come della forza che dirige l'Universo e che regge anche il nostro universo microcosmico, allora possiamo abbandonare i nostri desideri personali, affinché si esprima la Vita vera della forza originale.

Quando l'uomo prende coscienza di questa profonda realtà, può far tacere la propria volontà, e riceve allora la Vita, semplicemente, come un dono. E con questo dono gli è data, in esclusività e in pieno amore, l'unica lezione della Vita che tutto comprende.

Il volere noi stessi qualcosa non ha allora più alcun senso. Al posto della volontà impulsiva si manifesta ora la convinzione che deriva dal sapere, da una comprensione interiore delle leggi della realizzazione della vita.

L'uomo che vuole qualcosa sulla base di questa folle volontà, di questo insensato desiderio, di questo impulso e di questa speranza di successo, di salute o di fortuna, che cerca di realizzare una organizzazione perfetta, è autore della propria malattia, dei propri fallimenti, delle proprie rivolte. Ed è totalmente impotente di fronte a tutto ciò. Gli manca ancora la comprensione; per questo soffre.

Sviluppo e presa di coscienza sono accompagnati da sofferenza. Solo questa gli fa comprendere i suoi errori e le sue colpe, e, attraverso questa profonda comprensione, lo conduce sempre più vicino alla liberazione, cioè alla comprensione della verità, della realtà dietro il velo dei nostri desideri illusori. Una tranquilla perseveranza in tutte le circostanze, in autoresa totale, esprime la convinzione che, quando ci affidiamo alla forza fondamentale della vita, accade solo ciò che è necessario.

Avere la convinzione, il sapere interiore, che quanto accade in virtù delle eterne leggi è l'unico necessario significa sottomettere la propria volontà alla volontà creatrice della vita. E ciò si rivela attraverso la calma in ogni circostanza.

La cosa fondamentale è che noi non dobbiamo preoccuparci di determinare personalmente la nostra vita, poiché è la forza fondamentale, per l'intervento della legge dell'eterno equilibrio, che costruisce l'uomo vero secondo questa legge, a condizione che l'ego si sottometta ad essa senza restrizioni.

E' importante sapere ciò, poiché ci liberiamo così dall'angoscia, dalla preoccupazione e dalla paura rispetto a ogni responsabilità che non saremmo in grado di assumere.
Dobbiamo solo fare nel presente, pienamente responsabili, quanto, secondo il nostro sapere e la nostra coscienza, riteniamo necessario.

La messa "fuori circuito" della volontà-ego è resa possibile grazie a questa nozione, come pure grazie a quella delle altre debolezze umane. L'uomo originale, infatti, nasce solo dall'unico bene, mentre ogni debolezza e ogni cattiveria provengono solo dall'ignoranza. E come l'ignoranza sparisce nella resa alla saggezza e alle direttive del Signore di ogni vita, così il "male" si dilegua come neve al sole.

Nell'universo, tutto si compie secondo leggi eterne e immutabili. Il seme può produrre solo un determinato frutto; il fiume non può risalire al di là della sua sorgente. Un piano ben preciso è alla base della vita, e l'uomo è compreso in questo piano gigantesco. Se non lo conosce, ne deriva una ragione oscura, il tentennare di una volontà cieca. Tuttavia, le leggi della vita sono correttrici. Ogni malattia, ogni insuccesso formano come un ponte verso una nuova presa di coscienza. Ciò sia per l'allievo gioia e consolazione!

Questa nuova presa di coscienza permette all'uomo di riconoscere un piano che proviene da una forza direttrice. Più la sua comprensione dei processi vitali aumenta, più egli desidera l'autoresa alla forza fondamentale, al principio direttivo in lui. Egli vive grazie alla Gnosi, grazie alla forza fondamentale.

L'uomo non desidera nulla più della vita, eppure non vi è nulla di cui diffidi di più della vita stessa. Egli non osa abbandonarsi ad essa. Si preoccupa del proprio avvenire, tenta di assicurarselo con tutte le sue forze. Ma così non riuscirà mai, poiché la chiave di ogni divenire sta nel sapere e, attraverso il sapere, nella fiducia. La fiducia è una forza; la si ottiene col riconoscere la vita direttrice. Si potrebbe trovare un miglior maestro della vita stessa?

Solo allorché sappiamo che, come piccoli esseri ego, non possiamo nulla da noi stessi, che non possiamo cambiare nulla; solo allorché prendiamo coscienza che ogni atto, ogni passo, è già determinato dalle nostre vite precedenti, solo allora la nostra volontà muore, e con essa muoiono l'inquietudine, la speranza, l'attesa, l'ostinazione, l'irritazione, la gelosia, l'odio, ecc. L'uomo diventa d'una calma senza limiti, egli si affida alla forza fondamentale e si abbandona senza cercare di determinare il suo destino.

Egli vive esclusivamente nel presente e, basandosi sul proprio sapere e sulla propria coscienza, fa solo ciò verso cui la vita lo spinge. L'unico "agire" possibile per un allievo sul cammino è il "non-fare" ciò che egli stesso desidera. Il segreto del non-fare sta nell'abbandonarsi alla vita. Questo è agire.

Tutta la nostra attenzione dev'essere rivolta verso questo "agire" intenso, interiore. Il tirocinio consiste, in fondo, nell'unire coscientemente la propria natura inferiore alla volontà dell'anima nuova in divenire, che non è altro che la volontà stessa di Dio. La gioia del tirocinio sta nel provare e nel trovare in se stessi la possibilità di abbandonare la presa e, in questo abbandono, di andare incontro a un vuoto nel quale si trova la plenitudine.

Questo è il quarto di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il quinto post.

 

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Qual è il fine della nostra vita?

Amici, siamo arrivati alla conclusione della seconda parte che la domanda a proposito del destino non può formularsi così: "Agire o non agire? Attivo o non attivo?", ma soltanto come segue: "Qual è il fine della nostra vita? Siamo noi stessi (l'io) il fine, o è il ritorno al fiume della creazione divina?".

Dopo quanto analizzato nei capitoli precedenti diventa allora chiaro che il non fare al quale allude Lao Tsè significa il non fare più, il non essere più attivo dell'io e del suo piccolo mondo. E' questo il ritorno al fine originale. Anche Virata conosce il ritorno, ma non è il ritorno verso l'originale e il non io, ma solo il ritorno a un'altra situazione terrestre. E' di nuovo un ideale, un essere attivi, senza scopo, senza scopo preciso. E' un agire senza volontà propria, unicamente mosso dalle circostanze esteriori. E' di nuovo il piccolo mondo con, al centro, Virata, guardiano dei cani.

Anche noi, ad ogni istante della nostra vita, ci creiamo un Piccolo mondo, una sfera d'influenza al centro della quale ci troviamo. La nostra vita è simile a quella di Virata; ad ogni istante le nostre idee e i nostri ideali ci forzano ad agire, a fare, il che causa le nostre prove. Scopriamo che ciò è valevole anche per il fare o il non fare più insignificante. "Quando respiro, l'aria muore", disse un giorno un saggio.

Perché è così? Perché noi non viviamo più in armonia con la creazione divina, perché ad ogni battito del cuore utilizziamo l'energia creatrice e la forza divina per una vita egoistica ed egocentrica, per la creazione dei nostri piccoli mondi con i loro ideali, i loro valori ed obbiettivi. Cosicché noi creiamo continuamente con tutto l'arsenale del nostro essere-ego, con tutti i nostri pensieri, con tutti i nostri desideri, con tutti i nostri sentimenti, con tutti i nostri atti.

Creiamo i nostri mondi secondo i nostri criteri. Gli altri non hanno che da prendervi posto e comportarsi secondo il nostro beneplacito. Altrimenti ci vendichiamo e, nel nostro mondo, svolgiamo il ruolo del destino.
In piccolo o in grande, il nostro mondo si presenta come una copia, una continua imitazione dell'attività creatrice divina. Ma, poiché il nostro comportamento non è in armonia con il piano della creazione divina, noi siamo continuamente corretti. Il destino distruttore si abbatte continuamente sui nostri piccoli mondi.

Dobbiamo dunque abbandonare questa creazione, questo lavoro di imitazione? Potremmo vivere senza il nostro piccolo mondo o il nostro grande mondo? Se approfondiamo questo, scopriamo che noi non possiamo, in fondo, esistere senza il nostro piccolo mondo, che non siamo niente senza di esso. E' solo al centro del nostro piccolo mondo che significhiamo qualcosa, che siamo qualcosa.

Fuori di esso, non contiamo nulla. Insomma noi siamo e restiamo una creazione della passione di autoconservazione e pecchiamo continuamente contro il fine della creazione.
Se potessimo comprendere questo, non vorremmo più peccare contro il fine della creazione, desidereremmo il ritorno. Vorremmo agire meno, contare meno, vivere più semplicemente, ritirarci, allontanarci dalle ordinarie convenzioni della vita. Ma ciò non è che il ritorno di Virata, il ritorno per dirigerci verso un altro mondo più piccolo, provvisto di un'altra filosofia, dalla quale attendiamo una migliore protezione dai colpi del destino.

Questo ritorno non è un ritorno al piano della creazione divina. Noi dobbiamo prima vincere e abbandonare l'esistenza dell'uomo illusorio nei nostri mondi illusori. E' questo l'agire permesso nel senso inteso dalla Bhagavadgita. E' questo l'agire nel non agire di Lao Tsè. E' in questo non fare che nasce l'uomo vero, l'uomo del piano di creazione divino. Si tratta dell'uomo che non usa più le forze creatrici divine per se stesso e per le sue creazioni personali, ma solamente secondo l'intenzione del piano di creazione.

Questo uomo vero non potrà tuttavia rivelarsi da un giorno all'altro, né l'uomo-ego potrà essere abbandonato in un giorno, poiché deve ancora assolvere un compito: la rinascita dell' "Altro". Sarà il compito della sua vita: volgersi verso un nuovo fare, in un non fare più e rendere così possibile la rinascita. Nella misura in cui la necessaria coscienza cresce in lui, egli potrà realizzare questo con atti nuovi.

Tuttavia, per quanto riguarda il resto, egli continuerà ad agire creando un debito. Deve rendere inesorabilmente a Cesare quello che è di Cesare. Dovrà pagare il suo debito fino all'ultimo centesimo.
L'uomo che intraprende il ritorno si trova dunque a confronto con un duplice agire. Da un lato, egli si trova nell'agire permesso, l'agire che non crea debiti, nel quale abbandona, nella misura in cui ne è cosciente, il suo obbiettivo personale, il suo piccolo mondo, e tutto se stesso - con il suo non fare più crea così l'uomo vero - dall'altro lato, egli si trova nel fare che genera il debito e la caduta e non ne è che parzialmente cosciente.

Possiamo dunque comprendere le parole della Bhagavadgita: "Che cos'è agire? E che cos'è non agire? Il saggio stesso vi si perde. Perciò vi spiegherò questo atto che, ben compreso, vi libererà dal male. Voi dovete distinguere bene l'agire, l'agire che non è permesso, dal non agire. Pieno di mistero è il cammino degli atti". Possiamo noi comprendere il fare e il non fare autentici e trovare così l'unico cammino di ritorno!

 

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Agire o non agire? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

Cari amici, alla fine della prima parte di questo argomento che stiamo trattando insieme, ci siamo lasciati con le seguenti domande:

C'è dunque un atto permesso e un atto che non è permesso? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze? Cosa è permesso nella vita e cosa non lo è?

Lo scrittore Stephan Zweig tenta un approccio della soluzione del problema "Fare o non fare" in un breve racconto che intitolò "Die Augen des ewigen Bruders".  Della sua opera diceva, non senza un certo rispetto, che era una leggenda e non un racconto; l'ha d'altronde scritta con uno stile e un ritmo che ricordano la scrittura sacra. Lo riassumiamo in poche righe.

L'eroe principale è Virata, un nobiluomo. Chiamato dal re a difendere il regno, egli uccise, senza saperlo, durante un combattimento notturno, il proprio fratello. Da allora gli occhi morti di quest'ultimo gli bruciano l'anima e gli pongono senza tregua il dilemma: fare o non fare? Egli abbandona gli affari della guerra e non desidera più altro che vivere da uomo giusto. Nominato giudice supremo dal re, non pronuncia mai una sentenza di morte; ma deve, ciò nonostante, constatare che anche l'atto più giusto ha delle conseguenze disastrose e può distruggere la vita degli altri.

Abbandona allora anche l'atto giusto e non vive più che per la famiglia. Un giorno vede uno dei suoi figli punire uno schiavo per una mancanza derisoria. Gli occhi spalancati dalla paura dell'uomo gli ricordano gli occhi del fratello. Comprendendo che la libertà è il bene ultimo, lo sguardo del fratello eterno, egli rende la libertà a tutti i suoi schiavi. Borbottando, i figli gli chiedono chi lavorerà allora i campi e gli ricordano che non può vivere senza il sudore degli altri... Lo stesso tappeto sul quale dorme è impregnato del sudore degli altri; possedere qualcosa significa già avere potere sugli altri e implica di conseguenza la loro mancanza di libertà.

A seguito di ciò, Virata divide tutti i suoi beni tra i suoi figli avidi e abbandona anche questo modo di vita. Ricerca la solitudine delle foreste e non vive d'altro che dell'opera delle sue mani. Familiarizzato con gli animali della foresta, vive parecchi anni in mezzo a loro, riflettendo e meditando.
Un giorno un cacciatore lo scopre e sparge la voce dell'esistenza di un anacoreta, d'un uomo pio. Virata diventa allora un esempio; altri, a loro volta, si ritirano dalla vita.

Ma nemmeno questa vita è immune dai debiti. Un giorno Virata è obbligato a chiedere aiuto per un suo compagno; una donna lo fissa dalla sua capanna con sguardo torvo. Di nuovo egli vede gli occhi di suo fratello morto. Essa gli rinfaccia il suo operare. Non è a causa sua e del suo esempio che una famiglia ha perduto colui che guadagnava il pane? Questa famiglia è ora ridotta in miseria e i bambini muoiono di fame.

Profondamente afflitto, Virata lascia la vita solitaria. Ed ecco la sua esperienza: su questa terra, anche non agendo, ci si rende colpevoli. Il cerchio è ora chiuso.
Allora ritorna alla vita. Non cerca più di essere libero. Non vuole più essere inutile ed egoista. Vuole ora porsi al centro dell'azione, senza chiedersi quali ne sono le cause o quali gli effetti.

Non vuole più altro che servire il suo paese e pagare così il suo debito. E chiede al re: "Liberami dalla mia volontà, perché è confusione, mentre il servizio è saggezza. Chi, tuttavia, per saggezza, vuole evitare il nemico e pensa di poterlo fare ricade nella tentazione e nel debito".
Ma il re non lo comprende. Non comprende che Virata voglia liberarsi chiedendo di servire. Non comprende che il maestro sia, per Dio, inferiore al servitore. Nero dalla collera e ferito nel suo orgoglio, lo nomina guardiano di cani della corte.

Così Virata, uno dei notabili del paese, diventa uno dei più umili. I suoi figli si vergognano di lui, i sacerdoti lo evitano come un indegno. Solo il popolo si stupisce ancora per qualche tempo; ma poi lo dimentica, come lo dimenticano i cani alla sua morte.

Questo racconto è veramente l'immagine della nostra vita.  Osservando le diverse fasi della vita di Virata, scopriamo due aspetti.  Ogni fase di vita è creata dalla sua propria volontà e ogni parte del destino è generata dal suo piccolo mondo e dalla sua volontà.  Si tratta sempre di un mondo di cui lui stesso è il centro.  Per quanto faccia del suo meglio per trarre lezioni dalle sue esperienze, ognuno dei suoi mondi è turbato da una prova, anche quando prende le sue distanze rispetto all'azione e alla vita attiva.

Questo racconto ci dimostra che la domanda a proposito del destino non può formularsi così: "Agire o non agire? Attivo o non attivo?", ma soltanto come segue: "Qual è il fine della nostra vita?  Siamo noi stessi (l'io) il fine, o è il ritorno al fiume della creazione divina?".

Questo è il secondo di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il terzo post e qua per il primo post.
 

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C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

Agire o non agire?

Qual è l'allievo serio che non ha ancora mai sentito parlare della legge del karma, di questa legge ineluttabile di causa ed effetto, che si può tuttavia influenzare? Qual è il cercatore che non è ancora mai stato colpito dalle conseguenze dei propri atti, che non ha ancora mai riflettuto sui suoi atti, preso la decisione d'agire diversamente o di non agire affatto in date circostanze? E chi è colui che non si è ancora lasciato ingannare dal proprio comportamento e dalle sue conseguenze?

Pensate ai vari ordini monastici, come i frati mendicanti per esempio, a quegli ordini i cui membri facevano voto di povertà, o ai monaci di clausura! Tutti cercarono di ritirarsi totalmente o parzialmente dalla vita e di sfuggire alle sue conseguenze, di vivere secondo i loro ideali. Pensate a quelli che oggi, soprattutto i giovani, si ritirano dalla vita attiva, o istintivamente o in seguito a un'esperienza inconscia.

Tutti tentano di sfuggire alla legge di causa ed effetto o di affievolirla. Ma nessuno può sfuggire al "fare" e alle sue conseguenze! Chi vive in questo mondo è costretto ad agire, perché non può vivere qui a caso. La sua vita ha una causa, ragione per cui le conseguenze non lo lasciano mai tranquillo. Le sue tendenze, i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue volontà, il suo ambiente alla nascita, tutto lo spinge ad agire, e ciò sembra non avere un termine.

Ma ne esiste veramente uno? Ci fosse almeno una tregua! Non dice forse il filosofo cinese che si può sfuggire al fare con il non fare? Non si migliora il fare con il non fare? Ma come realizzare questo non fare? Non si può esistere, né mangiare, né bere, né vivere non facendo niente. Se non si fa niente, si è sfruttati e oppressi dagli altri. No, non è possibile; ciò che propone Lao Tsè è troppo radicale!

La stessa Bhagavadgita non è certamente più amabile con l'uomo quando afferma che non si deve evitare l'atto. Poiché nessuno può esistere senza agire, essa parla perfino di un atto permesso e di un atto che non è permesso. Vi citiamo le parole del terzo canto: "Nessun uomo sfugge all'atto evitandolo, nessun uomo giunge alla perfezione trascurandolo. Può un uomo restare un momento senza agire o senza atti?".

E nel quarto canto essa aggiunge: "Voi domandate, stupiti, ciò che sia agire e ciò che sia non agire. Il saggio stesso vi si perde. Perciò vi spiegherò questo atto che, ben compreso, vi libererà dal male. Voi dovete distinguere bene l'agire, l'agire che non è permesso, dal non agire. Pieno di mistero è il cammino degli atti!".

C'è dunque un atto permesso e un atto che non è permesso? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze? Cosa è permesso nella vita e cosa non lo è?

Questo è il primo di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il secondo post.
 

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Nuovo libro delle Edizioni Rosacroce: Il Cervello e l'Anatomia della Liberazione

Possiamo considerare il cervello come una matrice materiale in cui la nostra coscienza registra la sua biografia.  E nella formazione materiale del cervello possiamo anche intuire il manoscritto dello spirito, che ci unisce potenzialmente all’idea archetipica dell’uomo perfetto “ad immagine e somiglianza”.  Si tratta di una potenzialità che possiamo sviluppare.  Se impariamo a leggere questa “segnatura” nella manifestazione materiale della nostra struttura cerebrale, possiamo comprendere quante inaspettate spirali di coscienza si incontrino aperte davanti a noi.  Inoltre, possiamo intravedere un cammino tracciato attraverso il quale lo spirito si manifesta nella materia.  L’idea archetipica si apre un varco per mezzo dell’anatomia.

Ulteriori informazioni: http://www.edizionirosacroce.it/home/61-il-cervello-e-l-anatomia-della-liberazione-9788885655485.html

Il Cervello e l'Anatomia della Liberazione

Il Cervello e l'Anatomia della Liberazione

Alla luce delle nuove rivoluzionarie teorie quantistiche, un approccio differente, nelle modalità e nell'esposizione, a quelli che potrebbero essere i futuri scenari di una attività cosciente da esperire nel nostro paesaggio interiore per comprenderne, al meglio, il funzionamento.

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